Il diamante “Hope” è avvolto da una sinistra fama. Ci sono diverse teorie sul diamante Hope. Alcune parlano di maledizione impressa nella pietra dai sacerdoti del tempio di Rama Sitra, altre che si rifanno alla teoria psicometrica, focalizzano l’attenzione sulle energie negative dei suoi sfortunati possessori catturate dal diamante che quindi le trasmetterebbe a chi, tra quelli che lo indossano, ne rimane sensibile. Ma c’è anche chi sottolinea come, dei suoi possessori, molti siano rimasti immuni dal suo potere e pertanto considera le storie su di esso, semplici e sciagurate coincidenze del caso. Maledizione o no, la storia del diamante Hope continua a dividere anche ora che non è più indossato da nessuno, protetto com’è dalla sua teca di vetro.
La storia del diamante Hope comincia in India, tra le ondulazioni di pietra del viso di un idolo. Nelle varie storie si parla del tempio di Rama-Sita, vicino Mandalay, come luogo in cui avvenne il furto. La gemma fu strappata da uno degli occhi dell’idolo e la divinità fu trasformata in una miseranda statua guercia. Sembra che il gioielliere Jean-Baptiste Tavernier sia stato l’autore del sacrilegio. Chi crede al potere delle maledizioni sostiene che l’idolo violato riversò sul gioiello tutta la sua ira e tale energia negativa lo rese un porta sfortuna d’eccezione.
Viaggiò fino alla Francia e fu acquistato, nel 1688, da Luigi XIV che lo fece intagliare a forma di cuore, riducendo così i suoi carati dagli originali 112 ai 67,5 del nuovo taglio. Che fine fece Tavernier? La sua attività fallì e il bisogno di denaro lo costrinse a ripartire per l’india alla ricerca di altri tesori. Morì prima di raggiungere la terra dei diamanti.
Sia Luigi XIV che Luigi XV sfoggiarono il diamante in varie occasioni. Quando Maria Antonietta lo ricevette in regalo volle unire la gemma ad altre pietre preziose. Non c’è bisogno di ricordare la triste fine cui andarono incontro il re e la regina. Nel pandemonio della rivoluzione francese molti dei gioielli reali scomparvero, forse rubati dalle stesse persone che avevano giurato eterna fedeltà alla corona. Tra i vari tesori provenienti dalle regge imperiali, c’era naturalmente anche il diamante. Fu sottratto a un gioielliere che ebbe un infarto quando seppe che il ladro era suo figlio. Il ragazzo si suicidò quando si rese conto di aver indirettamente ucciso suo padre. Un amico del giovane trovò il diamante tra i beni del suicida e morì di lì a poco.
Passando di mano in mano, la gemma arrivò a Londra nel 1830, dove cambiò di nuovo forma (e dimensioni) perdendo altri carati lungo la strada fino a giungere ai 44,5 attuali. Il banchiere Hope si innamorò all’istante della pietra preziosa e pagò una cifra astronomica per averla e per poterla battezzare con il suo nome. I membri della famiglia lo tennero, a turno, per brevi periodi. La coppia formata da Lord Francis Hope e da Mary Yohe si divise dopo aver accolto in casa la pietra, e Mary stessa, che prima di toccare il diamante aveva avviato una discreta carriera come cantante, finì i suoi giorni in completa povertà.
Jacques Colot fu il proprietario successivo. Impazzì e si uccise dopo averlo venduto al principe russo Kanitovsky che, reso cieco dalla gelosia, strangolò la ballerina delle Folies Bergère alla quale l’aveva regalato. Pensate che il principe si sia salvato? No. Fu linciato dai rivoluzionari.
Il gioielliere greco Simon Matharides non fece neanche in tempo a godere appieno del suo nuovo acquisto, perché si sfracellò sul fondo di un burrone. Suicidio? Omicidio? Non si saprà mai.
Il malefico Hope non risparmiò neppure il sultano Abdul Hamid che, a un anno dall’acquisto, impazzì dopo essere stato deposto. Habib Bey si impossessò del gioiello e morì annegato. Il famoso Cartier mise quindi le mani sull’Hope per rivenderlo al proprietario del Washington Post, Edward Beale Mc Lean che lo volle regalare alla moglie, Evelyn Walsh. La disgrazia si abbatté sulla famiglia americana. Sembra un lungo elenco di morti in battaglia, quello che segue, ma è tutto documentato dagli archivi storici. Dapprima morì la madre di Mc Lean. Seguirono le due cameriere. Il primogenito di Mc Lean, dieci anni, un giorno sfuggì alla sorveglianza delle guardie del corpo e finì investito da un’auto. Mc Lean, distrutto dal dolore, divorziò dalla moglie, cominciò a bere e fu vittima di uno scandalo che distrusse definitivamente la sua reputazione di uomo onesto. Evelyn volle sfidare la malasorte e tenne il diamante, continuando a sfoggiarlo con orgoglio. Nel 1946 sua figlia ingerì un’overdose di barbiturici ponendo fine alla sua esistenza. Tempo prima, al suo matrimonio, aveva indossato il gioiello della madre. Evelyn lo tenne fino al giorno in cui morì.
Hanry Winston fu l’ultimo proprietario privato che ebbe l’onore di ospitarlo per alcuni anni, trascorsi i quali lo donò alla Smithsonian Institution di Washington che lo custodisce ancora oggi.